Nel gennaio 2026 la Germania ha annunciato un piano da 3 miliardi di euro di incentivi per l’acquisto di auto elettriche che segna un passaggio politico ed economico delicato: per la prima volta Berlino include senza restrizioni anche modelli prodotti da case automobilistiche cinesi. La decisione nasce con un obiettivo chiaro — rilanciare le vendite di veicoli elettrici dopo il rallentamento del 2024 — ma apre interrogativi profondi sulla tenuta dell’industria automobilistica europea in un mercato già sotto pressione geopolitica e industriale.
Il tema non riguarda solo l’automotive. Tocca la competitività tecnologica dell’Europa, la sicurezza della supply chain delle batterie, l’occupazione industriale e il ruolo strategico dell’UE nella transizione energetica.
Gli incentivi tedeschi alle auto elettriche, aperti anche ai marchi cinesi, potrebbero accelerare la transizione green ma aumentare la dipendenza industriale europea dalla Cina.
Cosa prevede il nuovo piano incentivi tedesco
Il programma tedesco introduce sussidi compresi tra 1.500 e 6.000 euro per veicolo, modulati in base al reddito familiare, con l’obiettivo di raggiungere 800.000 nuove immatricolazioni elettriche entro il 2029. Viene inoltre prorogata fino al 2035 l’esenzione fiscale per i veicoli a zero emissioni.
Il punto più controverso è l’apertura totale a:
- BEV (auto elettriche pure)
- PHEV (ibride plug-in)
- veicoli con range extender
- modelli importati dalla Cina, inclusi marchi come BYD
A differenza di Francia e Regno Unito, che hanno introdotto criteri ambientali e di filiera per limitare i benefici ai veicoli prodotti con standard europei, Berlino punta su una logica di mercato: più concorrenza, prezzi più bassi, adozione più rapida dell’elettrico.
La scommessa tedesca è che la qualità dell’industria europea basti a competere. È una scommessa ambiziosa, ma non priva di rischi sistemici.
Dazi UE sulle auto elettriche cinesi: il contesto geopolitico
Dal ottobre 2024 l’Unione Europea applica dazi anti-sovvenzioni fino al 35,3% sui veicoli elettrici cinesi per contrastare gli aiuti statali ritenuti distorsivi della concorrenza. Bruxelles sostiene che i produttori asiatici beneficino di un supporto pubblico incompatibile con il mercato europeo.
Nel gennaio 2026 la Commissione ha pubblicato linee guida su possibili “impegni sui prezzi” compatibili con le regole WTO, ma senza un accordo definitivo. La scadenza negoziale è fissata per il 2029.
La Germania, grande esportatrice verso la Cina e fortemente dipendente dal mercato asiatico, spinge per un compromesso. Una guerra commerciale danneggerebbe in modo diretto gruppi come Volkswagen e BMW, già esposti alla competizione globale.
I rischi per l’industria automobilistica europea
L’apertura agli incentivi per modelli cinesi crea una dinamica paradossale: fondi pubblici europei potrebbero finanziare indirettamente concorrenti extra-UE.
I principali rischi includono:
- La perdita di quote di mercato. I prezzi delle elettriche cinesi, già competitivi grazie alle economie di scala e agli aiuti statali, diventano ancora più aggressivi con i sussidi tedeschi. Nel 2025 BYD ha superato Tesla in vendite EV in Germania, segnale di un cambio di equilibrio nel mercato.
- Il rischio di delocalizzazione industriale. I costi energetici e normativi europei restano più elevati rispetto alla Cina. Alcune produzioni potrebbero spostarsi all’estero per poi rientrare come importazioni, indebolendo l’ecosistema industriale UE e mettendo a rischio decine di migliaia di posti di lavoro nelle gigafactory europee.
- La dipendenza dalla supply chain delle batterie. L’Europa resta fortemente legata a fornitori asiatici per celle e materie prime critiche. Un aumento della penetrazione cinese nel mercato europeo rafforza questa dipendenza strategica.
Senza una filiera europea delle batterie competitiva, la transizione elettrica rischia di trasformarsi in dipendenza industriale.
Il boom di BYD e la pressione internazionale
La crescita di BYD in Germania è stata esplosiva: +1.600% annuo. Modelli come l’Atto 3 hanno conquistato quote di mercato grazie a prezzi aggressivi e a una rete distributiva in rapida espansione.
Parallelamente aumentano le tensioni commerciali globali. Gli Stati Uniti minacciano nuovi dazi sull’Europa, mentre la Cina osserva con attenzione le mosse di Bruxelles. L’industria automobilistica europea si trova così schiacciata tra due poli economici rivali.
Nel 2025 la quota BEV tedesca ha raggiunto il 19,1%, mentre BEV + PHEV hanno superato il 30%. La transizione è in corso, ma la leadership tecnologica non è garantita.
Prospettive: transizione green o rischio deindustrializzazione?
La Germania tenta di bilanciare due obiettivi: accelerare la mobilità elettrica e proteggere il proprio export industriale. Tuttavia, senza politiche europee coordinate, il rischio è una frammentazione strategica.
I soli dazi non bastano. Servono:
- investimenti massicci in batterie europee
- innovazione tecnologica
- politiche industriali comuni
- incentivi legati alla produzione locale
- regole UE vincolanti entro il 2029
In altre parole, il futuro dell’auto elettrica europea dipende dalla capacità dell’UE di costruire una filiera autonoma, non solo dal sostegno alla domanda.
La vera partita è industriale
Gli incentivi tedeschi non sono solo una misura economica ma sono un segnale di come l’Europa stia affrontando la competizione globale, con pragmatismo di mercato, ma senza ancora una strategia industriale pienamente unitaria.
La transizione elettrica non è solo ecologia, è potere industriale, autonomia tecnologica e occupazione. Se l’Europa non costruisce una base produttiva solida, rischia di guidare la domanda mentre altri Paesi controllano l’offerta.
E nella storia economica, controllare l’offerta ha sempre significato controllare il futuro.